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La città desolata

14/11/2019

Di seguito una lettera di commento dell’Avv. Stefano Buonanno intitolata “La città desolata”. La lettera prende spunto dall’articolo pubblicato su Il Mattino del 09.09.2019 riguardo alla desolazione che regna incontrastata in città.

Gli operatori turistici lamentano, come da report di Antonio Menna del 9 settembre scorso, la sciatteria istituzionale che impedisce qualunque progetto operativo, coordinato e funzionale per la terza città d’Italia, che vive un boom storico di affluenze turistiche, a cui corrisponde il più basso livello mai visto di organizzazione e di servizi basilari per questo settore.

Non meno imbarazzante è la percezione del mancato controllo del territorio da parte dei poteri a questo deputati, che per mancanza di risorse, di personale, di indirizzi e di cultura della gestione della cosa pubblica, lasciano che ogni giorni peggiori l’immagine e la percezione della città. Che si tratti di aiuole abbandonate, o di mancata pulizia delle strade, o delle facciate monumentali sfregiate da scugnizzi, malintenzionati o presunti writers ubriachi, è secondario. Quel che resta è l’orrore del degrado, non solo in quanto tale, ma soprattutto per la soglia di tolleranza ormai altissima che ci attanaglia, al punto che non ci si accorge più nemmeno di quanto schifo si sia toccato.

Racconto, in tal senso, una serata vissuta in prima persona a Piazza San Domenico, ieri 9 settembre, nel cuore del centro storico di questa città desolata.

Alle dieci di sera, sulla piazza confluiva un gran numero di intellettuali, artisti, cittadini italiani e stranieri, operatori culturali, collezionisti, borghesi e imprenditori, che avevano partecipato alla kermesse organizzata dal Gallerista Artiaco per ricordare – con una antologica di grande prestigio – l’artista Sol LeWitt a poco più di dieci anni dalla morte; in particolare per ricordarne il passaggio significativo a Napoli con opere e installazioni di eco internazionale.

Ebbene, questo flusso di persone si è trovato immerso nella bolgia infernale di Piazza San Domenico, invasa da campane per la differenziata assediata da raccolte differenziate che nessuno aveva smaltito da tempo; da cassonetti della spazzatura messi in fila lungo palazzi e chiesa tra i più suggestivi del modo; da fioriere devastate, usate come contenitori di rifiuti e depositi di escrementi; da mura monumentali tra le più antiche e nobili del mondo, deturpate da oscene illusioni di arte graffitara. E sorvolo sulla cura igienico-sanitaria di cucine, banconi, servizi e utensileria dei locali che si affacciano sulla piazza, i quali – duole dirlo – sa davvero vi fossero i controlli di legge, dovrebbero essere chiusi o almeno salatamente multati. Escludo, infatti, che in quei luoghi le norme siano rispettate. E dunque i casi sono due: o chi di dovere non ci passa mai. O se ci passa fa finta di non vedere. Per quale ragione, lascio al lettore lo spazio per immaginarlo.

E’ questa la città liberata che tutti vogliamo? E’ questo il successo nel mondo di Napoli? Crediamo davvero che – finita la breve ubriacatura dei voli low-cost e dei B&B più o meno abusivi – qualcuno avrà piacere di tornare? O di consigliarla a un amico? La città più ricca di bellezza al mondo, abbandonata al dilettantismo gestionale, alla sciatteria denunciata dagli operatori, al saccheggio di ricchezza e bellezza. E ancor di più, alla miopia cafona – mi si consenta il termine – che permette simili scempi, nel nome di una presunta “libertà di utilizzo” della città.

Un contesto, in cui non si percepisce lo scandalo della doppia kermesse Bufala-Pizza sul Lungomare, a costi ridotti e magari anche con sovvenzioni ai partecipanti, con la pretesa di fare cultura del territorio, mentre in realtà si fa una fiera di paese che costa, non porta soldi e, duole dirlo, non educa, non migliora, non induce il popolo, sì, il popolo, a crescere, a guardare oltre i piccoli confini della propria vita; dandogli nulla più (mozzarella e pizza, appunto) di quanto normalmente non abbia già in abbondanza, e per di più come massima aspirazione.

La ricchezza della valorizzazione della città è una cosa per professionisti, per ingegneria urbana, per progettisti di visioni sociali e culturali, per modelli gestionali integrati, che non lascino nulla all’approssimazione tecnica e al provincialismo culturale.
Anni fa si parlava della possibilità di integrare le risorse urbane in progetti di riqualificazione territoriale chiamati Insule? Era il progetto intelligente di un gruppo privato (Romeo, se non ricordo male) che circa dieci anni fa proponeva soluzioni d’avanguardia che avrebbero evitato i disastri e gli abbandoni attuali. Che fine ha fatto quella roba? Perché non è stata sperimentata? Perché non la si rispolvera per cercare di recuperare il recuperabile?

Sono vecchio abbastanza per ricordare, anche, che trent’anni fa circa, lo stesso gruppo privato (sempre Romeo, che almeno non ha smesso di provarci) presentò a Bassolino, allora sindaco per la prima volta, il progetto “Napoli Funzionale”, elaborato con la guida di quel grande urbanista che fu Aldo Loris Rossi. Era un piano per l’utilizzo e la valorizzazione di tutti gli spazi urbani che, bonificati e gestiti, avrebbero portato risorse – economiche soprattutto – per risanare i quartieri, gestire il verde, ospitare kermesse e proporre alla popolazione modelli più moderni e civili di convivenza e di conoscenza.

Credo di aver letto più volte, che il privato Romeo non è stato mai ammesso nemmeno alla discussione di questi temi. Eppure ne sarebbe valsa la pena. Qualcosa ne sarebbe venuto fuori per tutti i cittadini di questa città desolata che è Napoli. Soprattutto un’idea di possibile crescita ed emancipazione per la citttà.

Se qualcuno dei modelli e dei progetti suddetti fosse stato almeno sperimentato, forse oggi non vivremmo in una città di mare paragonabile a Barcellona, Valencia, Marsiglia, Nizza, Cannes (finanche il modello Fano andrebbe meglio dell’orrore a cui si siamo abituati): Ma almeno non vivremmo in una immensa e squallida pizzeria diffusa, per inciampare poi sui cartoni e sulle sedie di plastica di un triste, squallido e troppo illuminato ambulante dell’hot-dog (che si chiami Mena Pub o Barry White o Nannarella è la stessa cosa), e finire infine sommersi nella spazzatura – sciatta e infetta – che a piazza San Domenico ha sconfitto la voglia di arte e di bellezza. E anche le speranze di Napoli.

Stefano Buonanno – Avvocato